E. B. “Pensavo, forse con presunzione, che il mio intervento avrebbe cambiato un sacco di cose”

 

Qualche anno fa ho letto un volantino di reclutamento volontari dell’Associazione Pini presso l’Associazione degli studenti di Psicologia. L’anno scorso ho chiesto di essere ammesso al corso e, dopo aver terminato, ho iniziato a seguire G. Perché ho deciso di seguire un alunno della Scuola Pini piuttosto che altri? Non lo so, non c’è un perché. Forse dipende dall’interesse che ho per la psicologia, per la clinica soprattutto. In realtà credo che l’abbinamento con G. sia nato dalla specifica richiesta da parte dei suoi genitori di un volontario disponibile il sabato o la domenica, che poi sono gli unici giorni che io posso mettere a disposizione, perché durante la settimana lavoro. Inoltre G. va alla Scuola Pini dal lunedì al venerdì, dal mattino fino a metà pomeriggio, e quando torna a casa ha solo voglia di addormentarsi, per cui l’intervento di un volontario sarebbe controproducente. G. ha tredici anni e grossi problemi cerebrali. Cammina solo se accompagnata e possibilmente sorretta, ed è incapace di svolgere autonomamente gran parte delle sue funzioni e attività. Io la vedo ogni settimana, di solito il sabato, e solitamente la porto fuori a fare una passeggiata nel suo quartiere, per farle viver un po’ il mondo esterno. Spesso ci infiliamo nel mercato settimanale, che è l’attrattiva della zona, e credo le piaccia sentire le voci della gente, vedere i colori e sentire i profumi che la circondano. Vedo G. dalla fine di maggio dell’anno scorso e devo dire che il rapporto con lei e la sua famiglia è assolutamente è positivo. Pur gravemente disturbata, G. ormai mi riconosce e anch’io, sto imparando di volta in volta a decodificare il suo modo di comunicare. Non è facile, anche perché la vedo soltanto una volta alla settimana. Noto i suoi progressi, che magari possono apparire insignificanti, ma che in realtà sono grossi successi se rapportati alla sua patologia, dovuti soprattutto alle attività che svolge presso la Scuola Pini. Quando fa troppo freddo o piove, rimaniamo a casa ad ascoltare musica, anche se io preferisco portarla fuori per dedicarmi completamente a lei, senza la presenza dei genitori, perché altrimenti finisco per parlare con loro o, perlomeno, con il togliere a G. un po’ della mia attenzione. Con la famiglia ho davvero un bel rapporto, che ormai non definirei più di “volontario che va ad offrire parte del suo tempo libero”, ma di amico che ha piacere di vede re G. e la sua famiglia. Il giorno in cui ci siamo conosciuti, sono arrivato a casa loro alle dieci del mattino e ne sono uscito a metà pomeriggio. Mi sono trovato subito bene, anche perché la famiglia di G. è molto aperta.Ogni volta è una lotta riuscire a non fermarmi per il pranzo, un po’ perché a volte ho altre cose da fare, ma soprattutto perché non vorrei disturbare. Spesso ho l’impressione che, in realtà, siano loro ad aiutare me, tanto è vero che questo è stato il problema che ho avuto all’inizio del mio rapporto con G. e la sua famiglia. Mi sembrava di non far niente di utile. Una passeggiata di tre quarti d’ora, un’ora al massimo (perché di più stancherebbe G.), effettivamente non è che mi costasse molto. Poi, pian piano, mi sono reso conto che anche questo costituisce un aiuto, pur se minimo, a G. e alla sua famiglia. E poi, credo che questo tipo d’intervento, in fondo molto semplice e nemmeno stancante, mi abbia aiutato a ridimensionare le mie aspettative. Prima di incontrare D. e la sua famiglia, speravo di contribuire a far crescere, sviluppare e potenziare le eventuali capacità della persona che avrei incontrato. Pensavo, forse con presunzione, che il mio intervento avrebbe cambiato un sacco di cose. Invece, solo è così, perché la patologia di G. è davvero grave, ma sicuramente non spetta a me intervenire nel suo processo educativo, anche perché non mi è richiesto e, soprattutto, non ho la competenza professionale che, ad esempio, hanno le persone che la seguono a scuola. All’inizio non facevo nemmeno le passeggiate da solo con lei, ma sempre in presenza di uno dei suoi famigliari. Anche questo mi ha aiutato a capire che non è così scontato presentarsi in una famiglia ed essere accettati, anche se in realtà l’atteggiamento della famiglia di G. non l’ho interpretato come diffidenza, ma piuttosto come paura di lasciarmi da solo con un incarico troppo oneroso o addirittura paura di essere giudicati da un estraneo. In realtà i genitori di G. sono due persone splendide, ideali per una ragazzina come lei. E’ per questo che ancora adesso ho la sensazione di fare meno di quello che potrei fare, perché da loro ricevo sicuramente più di quanto io offra, perché ogni volta che li incontro non posso fare a meno di rimanere colpito dalla loro forza, dalla loro voglia di vivere e di non fermarsi mai di fronte ai problemi, ma di guardare sempre al di là, sempre avanti e al futuro. Quando ho visto G. la prima volta, non mi ha fatto impressione, perché mi ero preparato al peggio. Dopo la seconda, terza volta, invece, ho iniziato a pensare, ad esempio, al tipo di futuro che si prospettano. Ecco, ogni volta che penso a questo tipo di problematiche, credo di capire cosa provano i suoi genitori, ed è per questo che mi piacerebbe fare qualcosa di più significativo per loro. Ad esempio, sarei veramente contento se una sera mi telefonassero dicendomi che vorrebbero andare al cinema e mi chiedessero di stare a casa con G. e suo fratello (che tra l’altro è un adolescente, per cui non farei affatto da baby sitter). Ecco, sono certo che così sentirei di aver fatto davvero “qualcosa”.Invece non l’hanno mai fatto, perché probabilmente hanno paura di disturbare o di fare brutta figura, presentandosi come genitori che “mollano la figlia per andare al cinema”. All’inizio l’ho proposto più volte, ma poi ho smesso perché mi sembrava di intimidirli. Eppure credo ne abbiano pienamente diritto, perché da quello che ho potuto vedere e captare dai discorsi, è raro che abbiano un momento per loro due, perché G. assorbe quasi tutte le loro attenzioni. Ma anche questo fa parte delle cose che devo accettare e che esulano dalla mia volontà. Magari un giorno me lo chiederanno, magari no. E magari una sera sarò io ad uscire con G. e suo fratello, regalandogli ugualmente una serata tutta per loro!